Andrea Grendene: ieri in gruppo, oggi in fabbrica!! PDF Stampa Scrivi e-mail

Fine corsa. Dopo 19 anni passati a pedalare Andrea Grendene ha cambiato vita, non fa più il corridore. Al termine della terza stagione da professionista ha chiuso la sua carriera, facendosi da parte senza troppe storie e lasciando ad altri un mestiere che ha interpretato in modo onesto, ma senza i picchi di rendimento sperati. Quando la sua ultima squadra, l’americana Type1, gli ha detto che non poteva fare più nulla per lui, niente piagnistei: addio bici e via subito a cercare un lavoro, che peraltro ha già trovato.
“Lavoro alla Nordica di Montecchio Precalcino, il mio paese – spiega Grendene -, si costruiscono stufe, io faccio l’operaio. A fine agosto i dirigenti della squadra mi hanno comunicato chiaramente che nei loro piani per il 2012 non c’era posto per me. Certo, per uno che ha trascorso quasi tutta la vita in bicicletta coltivando il sogno del professionismo non è una bella notizia, ma non ne ho fatto un dramma. Altre squadre non si sono fatte vive e io non ho intenzione di mettermi a chiedere la carità, pertanto ci ho messo una croce sopra e mi sono messo alla ricerca di un lavoro”.
Proprio nessuna recriminazione?
“Se penso a certi corridori che la Type1 ha confermato un po’ di rabbia mi viene, d’altronde devo anche ammettere che mi aspettavo qualcosa di più da me stesso. A parte un secondo posto alla Coppi & Bartali non ho raccolto molto, quindi ci sta che possa anche fermarmi qui”.
Due anni in una squadra Pro Tour, poi gli Usa: non capita a tutti…
“Certamente posso dire di avere toccato con mano il professionismo con la ‘P’ maiuscola. Nella Lampre ho corso con Petacchi, Cunego, Ballan, ho preso parte a gare assieme ad Armstrong. Nel 2011 ho girato il mondo: Canada, India, Cina, Australia, Stati Uniti. Insomma, è stata davvero una bella esperienza”.
Come mai Grendene è stato inferiore alle aspettative?
“Non do la colpa a nessuno, ma nei due anni con la Lampre mi hanno fatto correre davvero poco. Quest’anno con la Type1 invece sono mancato io. Mi sono sempre allenato, ma forse ci voleva più convinzione”.
Alla fine cosa le resta di 19 anni di bici?
“Un bel ricordo: tanta fatica, ma anche molte soddisfazioni. E qualche risparmio”.
Quando ha cominciato a correre?
“Avevo solo sette anni, con la Sandrigosport”.
I suoi ricordi più belli?
“Quand’ero dilettante. Ho sempre corso con le squadre allenate da Mirko Rossato e ho vinto in tutto 17 corse. Le più belle in assoluto sono state la Vicenza-Bionde e il G.P. Liberazione di Roma, ma anche la Milano-Tortona. Sono stato azzurro al Giro delle Fiandre e in coppa del mondo in Canada”.
Chilometri percorsi all’anno?
“Facciamo una media di 30 mila, sia da professionista sia da dilettante. Praticamente 200 mila chilometri negli ultimi sette anni”.
I velocisti sono i più esposti alle cadute: a lei come è andata?
“Nel 2007 a Cimetta mi sono rotto la clavicola e lo scafoide, anche se la caduta più spettacolare è stata in una volata a Roncolevà”.
Pensa di continuare a pedalare nel tempo libero?
“Adesso faccio nove ore in fabbrica, non ne ho il tempo, e onestamente neppure la voglia. Con la bella stagione certamente farò qualche uscita in bici per mantenermi un po’ in forma”.
Quali sono le persone del ciclismo a cui vuole dire grazie?
“Carlo Merenti e Mirko Rossato, i miei direttori sportivi di quand’ero junior e dilettante. Mi sento di ringraziare anche i miei familiari, a cominciare da mia mamma Antonia, mio papà Giovanni e la mia fidanzata, Giulia”.
E’ stato papà a metterla in bici da piccolino?
“Esattamente. A me la bicicletta non interessava proprio, ma per farlo contento mi sono messo a correre e ho visto che vincere mi riusciva facile. Non sono diventato un campione, ma sono felice di averlo ascoltato”.

Eros Maccioni 

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